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    Contents
  1. Offerte di lavoro a Torre del Greco
  2. Consolle Avvocato - Torre Annunziata (Info)
  3. Sito ufficiale Ordine Avvocati Torre Annunziata
  4. Torresette

Avvocati Telematici S.r.l.s. - Punto di Accesso al Processo Telematico, Privato Ordine degli Avvocati di Torre Annunziata, Ordine Avvocati. Torre Annunziata Accedi. Torre Annunziata. Iscriviti. Iscrizione. Impossibile effettuare la registrazione. Attenzione: E' necessario un certificato valido per iscriversi. Questo sito fa uso di cookie tecnici. Proseguendo la navigazione si accetta la Policy sui cookie. Accetta. Sito ufficiale Ordine Avvocati Torre Annunziata. ×. Consolle Avvocato - Torre Annunziata (Info) | Ragazzi, vorrei sapere come procedere, sono completamente a digiuno e non sono riuscito a. Vi informiamo che dal 5 (ore 10 circa) al 26 ottobre sarà disponibile una versione rinnovata del programma “Consolle” che dovrà essere.

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Sul fondo si osservarono i disegni di alcuni uccelli e qualche fiera, meglio indicate come leonesse. Continuando con i saggi, nei giorni a seguire, si rinvennero alcuni elementi di muratura in opus reticulatum , ritenuti facenti parte della trabeazione del porticato superiore. Nei pressi di questi frammenti si rinvennero alcuni elementi decorativi differenti da quelli fino a quel momento riportati alla luce FIG.

Non mancarono le difficoltà durante i saggi e i lavori di scavo a causa della presenza di esalazioni mefitiche. Continuando con le opere di scavo, il 3 agosto, saggiando l'area prossima al confine con la proprietà dei Salesiani e ad oriente dalla colonna gemina, a circa 3,20 m.

La colonna rilevata, distrutta in gran parte, presentava la base, in buono stato di conservazione, ma una parte rientrava sotto il muro che divideva le due proprietà, quindi non fu possibile continuare l'esplorazione del reperto.

Tra i materiali rinvenuti, si scorse una tegola con un bollo rettangolare in gran parte consumato, quindi, fu difficile decifrarne la dicitura. Dopo l'agosto del , lo scavo non ebbe più seguito, e le strutture murarie riportate alla luce e le decorazioni parietali minuziosamente distaccate e sistemate in apposite cassette di legno, vennero abbandonate in loco FIG. Il danno maggiore, dovuto all'abbandono delle opere di scavo e di preservazione del sito, lo subirono queste ultime decorazioni, in quanto, lasciate inspiegabilmente per anni esposte all'opera di degrado degli agenti atmosferici, andarono per buona parte distrutte o danneggiate irreparabilmente.

A nulla valsero gli appelli alle autorità competenti avanzati sia dall'Ispettore Onorario rag. Franz Formisano, che dal sig. Nel febbraio del arrivarono le disposizioni da seguirsi per il recupero e la conservazione delle opere pittoriche riportate alla luce.

Comunque sia, ad oggi, di quelle pitture si conserva ben poco se non proprio nulla. A causa delle necessità demografiche, il continuo aspetto evolutivo urbanistico della città di Torre Annunziata, fece in modo che si instaurassero, in città, numerosi cantieri edili che diventarono presto complici delle nuove scoperte. Ma tali scoperte, che diventarono continue, non sempre suscitarono stupore e interesse da parte degli organi competenti, anzi, come vedremo, la maggior parte dei rinvenimenti furono causa di grande disagio.

Essi vennero in certuni casi, senza scrupolo alcuno, sopraffatti dalle speculazioni più totali, le quali ebbero un sopravvento distruttivo nei confronti di quei reperti millenari dissepolti. Nel marzo del , durante i lavori di ampliamento dell'Istituto Scolastico Ernesto Cesaro sito in via Alessandro Volta, alla profondità di circa 3 m.

Tali resti vennero, poi meglio identificati come frammenti di tegole facenti parte di una copertura di una tomba FIG. Nella stessa vennero rinvenuti dei resti umani. Di questo ritrovamento venne avvisato l'Ispettore Onorario rag. Franz Formisano, che recatosi sul luogo non poté fare altro che appurare la specificità del ritrovamento.

Con una lettera informativa, datata 14 marzo , egli diede subito avviso al Soprintendente delle Antichità della Campania, prof. Il ritrovamenti dei resti umani fece accorrere sul luogo anche le autorità giudiziarie locali che avanzarono dubbi sulla datazione di quel corpo, il quale, secondo una prima valutazione degli intervenuti, poteva essere di epoca contemporanea.

Attivate le indagini sul caso, dal sito vennero prelevati alcuni frammenti dei laterizi rinvenuti onde poter stabilire, da parte dei tecnici del settore, una valutazione precisa dei manufatti. A seguito, le autorità giudiziarie, disposero il prelievo di alcuni frammenti ossei, onde poterli sottoporre ad esami clinici atti a stabilire l'epoca esatta dei resti. Comunque sia, verdetti alla mano, non tutti i dubbi vennero chiariti.

Il fatto che il corpo giacesse ad una profondità di circa 3 m. Allargato dagli stessi operai con l'intento di far chiarezza su quella strana manifestazione, venne notata la presenza di un vano scuro del quale non si riusciva a comprendere le esatti dimensioni. Informati della scoperta, si recarono sul luogo gli appassionati che stavano portando avanti la causa pro Oplontis. Da un primo sopralluogo effettuato dall'assistente Giovanni Campo, accompagnato dall'Ispettore Onorario alle Antichità, Franz Formisano, si rilevarono le caratteristiche della cavità rinvenuta, affermandone la sua costruzione all'epoca romana, quindi parte delle antiche terme attribuite, nel secolo scorso, a Marcus Crassius Frugi.

Il cunicolo si estendeva per circa 5,50 m. Esso presentava scarso fondale con un massimo di 0,25 m. Infatti venne notato che la quantità delle acque presenti nel cunicolo erano soggette al ciclo delle maree. All'interno del cunicolo, vennero notati due larghi fori sul fondo di non stimata profondità, presumibilmente pozzi sorgivi, il quale scopo era quello di convogliare le acque provenienti dalla falda termo minerale sottostante direttamente alla fangaia. A seguito della scoperta si decise di tastare l'intera parete alla ricerca di ulteriori cunicoli o cavità.

Il progetto ebbe il risultato sperato. Venne scoperto un ulteriore cunicolo distante dal primo 2,95 m. Dai rapporti della Soprintendenza, che rilevarono l'intero caso, emergono le notizie dei rilievi effettuati sul secondo cunicolo scoperto. Esso risulta articolarsi, in una prima parte in direzione da sud verso nord, per un'estensione di circa 20 m.

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La cavità presenta un'altezza media di circa 1,55 m. Il fondale del cunicolo si presenta alquanto fangoso di non stimata profondità con un'altezza media delle acque che si aggira sui 0,25 — 0,30 m. Anch'esso, risulta soggetto alle variazioni delle maree, ma al contrario del primo cunicolo, vi è sempre presenza di acqua FIG. Dal suo fondale sono evidenti le emissioni di anidride solforosa che danno un aspetto di ebollizione continua alle sue acque. Le funzioni di questo secondo cunicolo, con molta probabilità, dovevano essere legate al rifornimento continuo e al convogliamento, da parte dell'impianto termale, delle acque sulfuree.

Durante le esplorazioni e la pulizia delle due cavità, non mancarono i rinvenimenti di oggetti di vario genere di più recente datazione rispetto alla data già attribuita dei cunicoli.

Vennero ritrovate alcune lucerne ad olio e altri materiali di vario genere, presumibilmente lasciati in loco dagli scavi effettuati nel dalla compagnia del generale Vito Nunziante.

Quindi, possiamo dire che i due cunicoli furono già portati alla luce ed esplorati dal primo saggiatore di queste strutture per poi essere rimurati per motivi a noi sconosciuti. Della scoperta venne avvisato anche il prof. Amedeo Maiuri FIG. Inoltre, egli ebbe senz'altro parole di conforto nei confronti di coloro che spingevano la macchina burocratica ad intraprendere i lavori definitivi che potevano dare luce all'antica Oplontis. Dell'accaduto venne immediatamente avvisato l'Ufficio della Soprintendenza presso gli Scavi di Pompei, il quale decise di inviare in loco il proprio personale onde ricavarne notizie più dettagliate.

Nel corso del , finalmente arriva la notizia che i tanti appassionati dell'archeologia oplontina attendevano. Vennero concesse le autorizzazioni necessarie per l'avvio dei saggi da effettuarsi sulla ben nota località Mascatelle. Il problema fondamentale rimase quello di reperire i fondi necessari per intraprendere i primi scavi, visto che nessun organo locale credette nel messaggio inviato dagli intrepidi cultori torresi.

Su accordo della Soprintendenza alle Antichità di Napoli, fu il Soprintendente prof. Amedeo Maiuri a seguirne i primi lavori, e in seguito, dopo la sua scomparsa, il successore prof.

Alfonso de Franciscis coadiuvato dal giovane archeologo torrese Stefano De Caro, sempre accompagnato dall'instancabile, quanto motivato, assistente sig. Ferdinando Balzano. Da una coltre vulcanica di circa 6 m. Visti i primi, pregevoli risultati emersi dalla coltre vulcanica, su interessamento del Presidente del Consiglio, On. Giulio Andreotti, sempre la Cassa del Mezzogiorno, nel , decise di stanziare ulteriori 72 milioni e mila lire per il proseguimento delle opere di scavo.

Dopo dieci anni di scavi ininterrotti si mise alla luce un edificio dalle proporzioni inimmaginabili. La struttura si estendeva su di un'area di circa m 2 L'aspetto prospettico dell'edificio che volgeva a monte si rispecchiava negli affreschi rinvenuti nei vari edifici di Pompei ed Ercolano rappresentanti le lussuose ville marine del tempo.

Da quei locali emersero opere d'arte di valore inestimabile. Le pitture parietali risultano tra le opere più sensazionali scoperte. Dall'area servile, all'area nobile dell'intero complesso, le opere pittoriche fanno da padrone nell'intero edificio. Quelli della villa scoperta sono uno degli esempi unici di amalgama di tre stili pittorici che vanno dal II al IV. Solo pochi ambienti, votati al lavoro quotidiano di chi doveva al tempo gestire la dimora e il volere dei padroni, risultano affrescati con geometria semplice, con pitture non paragonabili assolutamente a quelle rinvenute negli ambienti di rappresentanza, ma non certamente da discriminare.

Dall'attenta analisi dei dipinti emersero poi interessantissime testimonianze di vita quotidiana, i graffiti. I graffiti della villa, tra i quali alcuni in greco, divennero ben presto uno dei casi da sottoporre all'attenta valutazione degli studiosi. A correlare la parte principale del graffito, in basso, a sinistra dello stesso, ne venne notato un altro in modo abbastanza chiaro, a caratteri minori, riferente DRACO.

L'intero graffito ancora oggi è al centro di interessanti dibattiti sul suo ipotetico significato, e le ipotetiche valutazioni espresse risultano abbastanza varie e discordanti.

Le più accreditate si dividono tra il suono minaccioso dato dall'espressione della sua pronuncia e il cenno di un innamorato riferito alla sua amata. Questo sempre a secondo della sua interpretazione. Le opere pavimentali riportate alla luce, risultarono tra le più belle, fino all'epoca, scoperte in uno scavo archeologico.

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Pochi ambienti dell'edificio ne risultarono privi FIG. Nelle sale di rappresentanza prevalevano le tessellature bianche con fascioni decorativi o di chiusura neri.

In alcuni casi le decorazioni assumevano disegni di vario genere, arricchite a loro volta da tessellature verdi e rosse. Negli ambienti ad uso domestico, o servile vennero notate fini inserti di tassellature di vario colore, a maggioranza di natura marmorea, su opera in cocciopesto.

Infine non mancarono le pavimentazioni completamente in marmo, dove gli elementi erano assemblati tra di loro con forme geometriche e colori di vario genere. Delle opere che andavano ad arricchire il bagaglio decorativo dell'edificio emerse un sostanzioso gruppo di sculture in marmo composto da circa quaranta esemplari di straordinaria bellezza e pregio. Tra questi va segnalato il gruppo dei centauri e centauresse.

L'insieme marmoreo, scoperto lungo il porticato ad ovest 33 del grande salone 21 a monte dell'edificio, era costituito in marmo bianco con venature grigiastre e la sua funzione principale, oltre ad elementi decorativi del giardino, era quella di sculture per fontane. I marmi erano suddivisi in due elementi maschili e due femminili con caratteristica umana, finemente raffigurativa, su cavallo rampante.

Resta il caso delle centauresse, che come già espresso in uno studio condotto dal dott. Esso, presumibilmente, era parte del corredo marmoreo presente lungo i bordi della grande piscina dell'edificio FIG. Parte di questo meraviglioso corredo era la statua di Efebo nudo, posizionato sul lato sud della piscina, accanto al quale dovevano essere posizionate le due teste di Eracle e a monte ad esso, una statua raffigurante una figura femminile.

Sul versante ovest della piscina, poco più a nord della sede del grande cratere, doveva trovare posto il gruppo scultoreo del Satiro che tenta di possedere un Ermafrodito. Anche quest'ultimo era una copia romana di ispirazione ellenistica.

Di pregevole bellezza sono le due Nike alate nella loro posizione di discesa dal volo. Una delle due statue venne ritrovata acefala. Sul finire va senz'altro ricordata la statuetta della Venere nuda scoperta in un ambiente prossimo al peristilio servile 32 , con molta probabilità ricoverata, d'espressione ellenistica.

Inoltre il gruppo marmoreo del bambino che strozza un'oca, costituente, come una parte delle statue rinvenute, parte decorativa dei complessi idraulici dell'edificio, e il ritrovamento di due ritratti marmorei, uno di un fanciullo e l'altro di una dama. Tra le moltitudini di suppellettili rinvenute nel corso dello scavo, di uso domestico, risultano un numero consistente di lucerne, che per altro erano l'unico mezzo di illuminazione del tempo.

L'intero corredo risulta ricco di decorazioni e su alcune di esse appaiono dubbi simboli, come il delfino o il pesce, che farebbero preludere ad un primo approccio con la cristianità.

Oltre ad uno svariato numero di anfore di altrettanto vario utilizzo, si rinvennero reperti vitrei di vario genere e altri oggetti di uso domestico di diverse tecniche e fattura. Dai numerosi reperti riscontrati durante lo scavo, non emerse nessun elemento chiaro che potesse confermare l'esatta proprietà dell'edificio. Solitamente, è il ritrovamento dei sigilli bronzei, come avvenuto per la dimora di Caio Siculio, a dare la conferma della proprietà dell'edificio. L'indizio fondamentale che fece dedurre una probabile pertinenza dell'edificio venne dallo studio di alcuni frammenti delle anfore vinarie ivi trovate.

In base a quanto riportato sull'anfora la presunta proprietà dell'edificio venne assoggettata al patrimonio della seconda moglie di Nerone, Poppea Sabina. Intanto mentre nell'area demaniale le coltri vulcaniche restituivano il meglio di Oplontis mettendo in subbuglio tutta l'archeologia nazionale, da altre zone della città arrivavano ulteriori notizie di rinvenimenti fortuiti.

Nel periodo a cavallo tra il e il , durante la costruzione di alcuni complessi abitativi nella parte nord della litoranea Marconi, nei pressi delle attuali Terme Vesuviane, in un appezzamento di proprietà del sig. Luigi Manzo, all'epoca gestore delle già note terme vesuviane, poi ceduto alla cooperativa edile La P. Il 6 maggio arriva una comunicazione urgente da parte dell'Ispettore Onorario per i Beni Culturali, Franz Formisano, alla Soprintendenza alle Antichità di Napoli asserente la presunta distruzione di dipinti parietali e mosaici affiorati nel corso dei lavori di sbancamento della falesia vulcanica costiera della proprietà del sig.

Luigi Manzo ad opera della ditta di costruzione La P. Il giorno 9 maggio, a seguito di un sopralluogo effettuato dall'Ispettore Principale alle Antichità, dott. Luigi D'Amore, e dall'assistente prof. Carlo Giordano, venne riscontrata la messa in luce di una struttura muraria in opus reticulatum ricoperto di intonaco bianco.

Dalla base della muratura venne rilevata la presenza di pavimentazione musiva per la lunghezza di circa 12,50 m. Una grandiosa costruzione romana scoperta e devastata dalle escavatrici. La Sovrintendenza delle Antichità della Campania ha disposto la sospensione dei lavori e recupero del prezioso materiale. Da un primo rapporto redatto dal dott. Luigi D'Amore riferito ai materiali recuperati si palesa la percezione dello sfregio ai danni dell'archeologia locale. Dopo il dragaggio dei fondali del porto, effettuati nei giorni 11 e 12 di maggio, vennero recuperati reperti di notevole interesse.

Tra i laterizi emersi vennero segnalati alcuni reperti attribuibili a colonna laterizia. Dai frammenti granitici venne annotata una spessa lastra dove erano presenti delle mutili inscrizioni su due righe. Sulla prima delle due righe si leggeva SI VA.

Il 12 maggio, viste le difficoltà incontrate nel continuare i dragaggi dei fondali per via della continua affluenza degli autocarri carichi di macerie provenienti dai luoghi dello sbancamento, si decise di spostare l'attività di controllo e recupero dei materiali direttamente sullo scavo.

Il Formisano, su segnalazione del prof. Carlo Malandrino e il sig. Inoltre, venne recuperata dallo stesso Formisano, una statuina marmorea altra circa 0,50 m. Il 13 maggio, si mise alla luce sul fianco occidentale della zona già sbancata parte di una pavimentazione appartenente a due ambienti.

La pavimentazione di pertinenza del primo ambiente, anteriore al secondo, si presentava di buona fattura tessellato di bianco, mentre nel secondo ambiente, nella parte prossima alla Ferrovia dello Stato presentava una bordatura di fascia nera.

L'alto cumulo di materiali piroclastici, circa 9 m. Il 14 maggio, seguendo i saggi nella direzione dei canali, vennero messi in luce degli spiccati di muro sottoposti al canaletto scoperto il giorno prima. Tali separazioni fecero preludere ad un sistema di vasche già abolite in epoca coeva. Uno dei ritrovamenti più interessanti sul sito venne effettuato il 7 agosto.

Durante i lavori di sterro che procedevano da parte della ditta che ancora operava sul posto, sotto l'attenta sorveglianza dei tecnici della Soprintendenza, nei pressi del pilone meridionale della Ferrovia dello Stato, si rinvenne una statua marmorea alta circa 0,45 m.

La statua venne classificata come parte del corredo ornamentale del sistema di vasche ivi scoperto. Questa asserzione venne dedotta dalla presenza, sul dorso della stessa, di incavatura sede di una fistola plumbea che doveva proseguire, poi dall'interno, fino alla bocca.

La statua si presentava seriamente danneggiata. Essa si presentava acefala, priva delle zampe anteriori e rovinata in parecchi punti del suo corpo. Nel mese di novembre dello stesso anno, nell'area di sud-est dello scavo, prossima al tratto della ferrovia, si rinvenne un colonnato di notevoli dimensioni. Esso era costituito da sette colonne decorate con stucchi gialli di cui una angolare gemina che con probabilità sorreggevano un ulteriore piano dell'edificio.

Il complesso del portico poteva essere parte di un vasto cortile o di una palestra con al centro una ampia natatio. Vista la situazione precaria del sito che diventava sempre più pericolosa per i continui smottamenti della falesia, forse ancor più rafforzata dagli interessi economici in ballo derivanti dai progetti della cooperativa La P.

In seguito l'Ispettore D'Amore non poté fare altro che stilare un'accurata relazione che documentasse in maniera dettagliata le opere di scavo. Dai suoi appunti si ha chiara la percezione della nobile fattezza delle opere distrutte. Innanzitutto si stabilisce l'epoca del sito, inquadrata in quella Augustea I sec. Egli suddivide l'area di scavo in diverse zone d'interesse attribuendo, ad ogni vano riportato alla luce, una propria indicazione alfabetica FIG. L'ambiente misurava 3,90 m.

Esso rappresentava una vasta sala rettangolare, rimasta superstite dopo l'opera di distruzione di una sola parte della parete occidentale, limitata all'area della zoccolatura e del principio del registro centrale ed in alcuni tratti della pavimentazione. La parte settentrionale di questo ambiente risultava ancora sepolta sotto la falesia della Ferrovia dello Stato.

La porta d'ingresso, al momento della catastrofe, come specificato, doveva essere chiusa.

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Infatti essa venne ritrovata poco lontano dalla sua sede in quanto venne scardinata e sospinta all'interno della sala dalla furia della nube ardente che sovvenne. Il reperto, come il D'Amore sottolinea, se fosse ritrovato per intero, sarebbe il primo nel suo genere in quanto nella vicina Pompei non si è mai rinvenuto un simile tipo d'ingresso, e tantomeno se ne ha notizia durante gli scavi antichi, se non per un esemplare simile, del quale gli antichi disegnatori tramandarono un disegno, appartenente al tempio di Iside.

Le strutture murarie superstiti mostrano un'opera reticolata a tufelli gialli di Pozzuoli assemblati ad opera a sacco con pietra vesuviana.

La pavimentazione del tipo musivo, nella parte residuale, si mostrava di fine tessellatura bianca adorna con motivo nero a greca ricorrente inclusi elementi quadriformi, il tutto racchiuso in una fascia nera FIG. Di eguale nobiltà si presentavano le decorazioni parietali con nello zoccolo uno schema pittorico di visioni prospettiche, rese con severa bellezza, privo di dettagli artificiosi. Al centro, in campo giallo, e su fasce nere e rosse, s'innalzava il podio di un'edicola absidata adorna ad ogni estremo di piedistallo per il sostegno del padiglione.

Sulla facciata anteriore di ogni piedistallo, poggiante su verde plinto, si osservavano dei quadretti a fondo rosso con motivi di scene marine con ippocampi e delfini natanti.

Sulla cima delle colonne doveva poggiare qualche figura umana. Tale ipotesi viene avvalorata dai labili resti del dipinto ed alcuni frammenti di intonaco, dove si notano, in rosso, gli arti inferiori di un corpo umano. Al centro dell'edicola si innalzava dal piano di terra un basamento rettangolare, con ogni probabilità, un podio di altare, di colore giallo incorniciato in una fascia bianca.

La nobile decorazione, poi continua all'interno dell'edicola, dove erano visibili, decorati con motivi in rosso, scene marine. Tutti gli elementi di natura edilizia, pittorici e decorativi, fecero attribuire le opere ad un maturo II stile pittorico risalente come si convenne già in precedenza ad una età tarda Augustea. Maggior conferma dell'epoca supposta si ebbe dal ritrovamento del laterizio con il bollo di Luci Eumachi Erotis , personaggio, come in precedenza già riportato, le cui attività erano espletate in Pompei nel I secolo a.

Si apriva a nord della sala A con in comune la parete sud. Di questo ambiente fu possibile notare solo una piccolissima parte della pavimentazione musiva avente le stesse caratteristiche dell'ambiente A. Viste le sue ristrette dimensioni, si convenne attribuire la sua destinazione d'uso ad un vano di collegamento.

I saggi effettuati portarono alla luce parte del suo ingresso dove fu posta in mostra una soglia in pietra lavica ed uno stipite in opera isodoma in tufo di Nocera. Distrutto nella sua parte orientale, si intravedevano gli spaccati della parte settentrionale e quella meridionale, anch'essi in opus reticulatum. Le opere murarie procedevano, poi, sotto la contigua proprietà Santucci. Le opere decorative parietali, sebbene in pessime condizioni, davano l'impressione di essere di nobile fattura, anche se il loro stato non permise di poter dare maggiori ragguagli.

In merito alle funzionalità di questo ambiente, gli unici indizi che possano diversificarlo da quelli prima trattati ci pervengono da una analisi valutativa della pavimentazione che risultava di livello qualitativo inferiore agli ambienti precedentemente trattati.

Vasto salone suddiviso da un muro in laterizio oltre il suo centro, il quale era visibile solo nella parte della sua nascita. Nella parte settentrionale dell'ambiente, oltre la suddivisione, la pavimentazione risultava di nobile pregio, in tessellatura bianca contornata da una fascia ornamentale nera.

La parte che volgeva al mare, quindi ad ovest del divisorio, era sprovvista di parete che doveva fungere da chiusura del salone. L'ambiente, da noi contrassegnato con la lettera F, nella relazione redatta dal D'Amore, non viene contrassegnato specificamente, ma la sua descrizione è inclusa in quella riguardante il giardino.

Il vano, risultante ancora interrato, era accostato all'ambiente C. Dell'ambiente si mise in luce una parete che guardava verso meridione in opera incerta e decorata con intonaco rustico bianco e con sarcitura in laterizio. Nella contiguità dei due ambienti, F e C, venne notata la presenza di una cunetta in tufo, la cui funzione doveva essere votata ad impianto di smaltimento delle acque pluviali e di stillicidio del corridoio.

Un sistema analogo venne notato, dopo un saggio, verso settentrione, con la presenza di due canali divergenti. Il viridarium occupava tutta la parte antistante l'edificio nella sua parte meridionale dove si apriva, su di una modesta altura, la vista sul golfo, sorretto da murature di irrobustimento e contenimento del terreno degradanti verso il lido.

La differenza delle quote altimetriche del terreno era chiaramente visibile lungo il fianco orientale del giardino. Su questo lato, lo spaccato di alcune strutture di contenimento, purtroppo in gran parte distrutte, permisero di stabilire con esattezza tre diverse quote altimetriche. Dal piano del giardino si aveva un primo salto di circa un metro e, subito dopo, un consecutivo strapiombo di quasi 45 gradi fino alla spiaggia.

L'installazione di opere degradanti e di contenimento, oltre ad affrontare la leggera quota altimetrica dove favorevolmente sorgeva l'edificio, era atta ad affrontare anche eventuali smottamenti, vista la natura della falesia. Ad affrontare le asperità del terreno vi erano anche le varie livellature distribuite agli ambienti, alcuni dei quali risultarono sfalsati.

Tali opere erano erette per lo più, in opus incertum , in parte anche in opus reticulatum FIG. Molto importanti, per l'alleggerimento dei carichi e delle spinte dovute ai flussi pluviali generate dalla pendenza dei terreni sottostanti all'edificio, risultano le opere di stillicidio di tali flussi.

Prossime all'ambiente E venne notato, sul muretto di contenimento, un corsetto di scolo per il deflusso delle acque che da questa terrazza discendeva fino ad una vasca di raccolta sottostante FIG. Di quest'ultima venne identificata qualche opera in laterizio che la doveva caratterizzare, ma la sua quasi totalità, unitamente al muro di contenimento sottostante, venne distrutta durante le operazioni di sbancamento FIG.

Ad analisi ultimate delle'edificio scoperto, non si escluse la pertinenza colle vicine Terme Nunziante, anzi, fu facile ipotizzare che il complesso non era altro che un punto di soggiorno per personaggi facoltosi dell'alta borghesia romana che ivi transitava o si recava per godere le amenità di questi luoghi. Il D'Amore e il rag. Formisano, inoltre, furono solidali nel definire questa grandiosa scoperta, immolata all'evoluzione urbana, un'occasione perduta per approfondire le conoscenze sulla figura enigmatica del magnate Marcus Crassius Frugi.

Nell'erigere una centrale elettrica nei pressi di Via Andolfi, località Croce di Pasella, ad una profondità di circa 5 m. Accorsi sul luogo i tecnici della sezione scavi di Oplontis, venne constatato che l'antro riscontrato era pertinenza di una costruzione sepolcrale. Dai saggi effettuati venne rilevata una tomba dalle dimensioni di qualche metro quadrato rivestita nel suo interno di intonaco bianco con un colombario nella parete settentrionale e con qualche olla in frantumi ripiena di ossa combuste e di un balsamario in vetro.

Nel sondare il terreno al suo interno si rinvenne una lapide sepolcrale FIG.

Arcansuleno Philadelphio, liberto di Publio, ufficiale del culto di Mercurio. Arcansulena Eleuteria, liberta di Publio. Nel gennaio del , con l'inizio dei lavori di ampliamento dell'edificio scolastico G. A seguito dei lavori di palificazione, qualcuno si rese conto che le trivelle, arrivate in profondità, dovettero sfondare un vuoto d'aria dal quale risalirono ben presto resti di opere di vario genere attribuite poi ad epoca romana.

Avvisato anche il soprintendete prof. La questione venne affrontata caparbiamente dal prof. Giuseppe Maggi, funzionario dell'area archeologica di Oplonti. Non mancarono le polemiche e le forti tensioni tra la ditta appaltatrice che stava eseguendo i lavori, la Soprintendenza, che non voleva assolutamente il ripetersi di un nuovo devastante scempio e le Autorità locali. Dopo aver raggiunto un punto di accordo, si convenne l'inizio dei saggi eseguiti tramite trivellazioni fino ad una profondità stabilita di 11 m.

Torresette

Ma a distanza di alcuni giorni avvenne un fatto inaudito. Sordi ai mille appelli delle parti che inneggiavano ad un altro grandioso ritrovamento, si diede vita alle prime opere di palificazione. Le parti in campo rivolsero appelli a tutte le istituzioni affinché la scellerata decisione intrapresa dall'impresa edile di portare avanti i lavori e che apportava ad un nuovo scempio fosse fermata. Uno dei problemi sostanziali che, come al solito, fece fare orecchio da mercante a parecchi di quelli che dovevano intervenire di forza per vanificare la cruenta azione delle trivelle, era lo stanziamento dei fondi necessari per intraprendere gli eventuali scavi di accertamento.

Ogni ordine era composto da 22 colonne, 9 nella parte a est e 9 nella parte ovest, mentre altre 2 colonne formavano il versante più corto. Ultimate le fasi di scavo più importanti, si contarono ben quarantanove ambienti di pertinenza dell'edificio dislocati nel piano inferiore FIG. Solo in alcuni di questi ultimi si notarono particolari pittorici che diedero presunzione che dovessero far parte della residenza del patrono dell'edificio.

Le poche opere pittoriche rilevate, in questa parte dell'edificio, erano attribuibili ad un IV stile con disegni schematici con prevalenza del rosso pompeiano e il color ocra, senza rappresentazioni particolari. Per quanto riguarda gli ambienti dell'ordine inferiore dell'edificio, questi, all'atto della scoperta, versavano in un buono stato di conservazione, e dagli elementi che emersero dal loro studio e dai loro interni, venne intuita ben presto l'esatta natura della struttura.

Inoltre, da questi ambienti, vennero rinvenuti altri prodotti agricoli come le noci. Da questi locali, inoltre, venne reperita una moltitudine importante di oggetti serviti per l'attività commerciale e il trasporto delle merci. Tra questi figurano diverse unità di peso in pietra, compresi dei manici in materiale ferroso. Dai calchi effettuati venne rilevato il riscontro della presenza di quanto rimaneva di enormi ceste intrecciate, balle di materiale vario con ancora il cordame che le tenevano ben visibili.

Inoltre non mancarono le scoperte di utensili di vario genere serviti per lo sviluppo della vita quotidiana. In uno di questi magazzini venne effettuata una delle scoperte più importanti relative agli scavi fino ad oggi effettuati sull'intera area oplontina. I corpi, in tutto ben cinquantaquattro accantonati, tutti nell'angolo nord del fondo dell'ambiente ambiente contrassegnato con il numero 10 sulla planimetria generale dello scavo, v. La morte sopravvenne istantanea a causa della violenta discesa, sull'area sottostante alla montagna, della nube ardente scaturita dal collasso della colonna eruttiva.

A contribuire all'alto valore della scoperta e la preziosità degli elementi ritrovati, sopravvenne, durante lo scavo, il reperimento di un importante forziere ligneo ricoperto di elementi in bronzo di vario genere, ritrovato in uno degli ambienti del piano inferiore, ma con molta probabilità ivi caduto dopo il crollo delle stanze padronali del piano superiore. Dagli ambienti che affacciavano sull'area pertinente al peristilio, venne reperita una quantità molto importante di anfore vinarie FIG.

Tale rinvenimento fu testimone dell'intensa attività di commercio che era solito svilupparsi all'interno della struttura. Alcune di esse erano ancora impilate, con la testa dell'anfora superiore incastonata con la parte inferiore dell'anfora sottostante, rivolta a sua volta con la bocca verso il basso, pronte ad essere riutilizzate. Su alcune delle anfore scoperte, si notarono, come avvenne già per la Villa A, tituli picti in greco e in latino il quale scopo era quello di identificarne il prezioso contenuto.

Inoltre non mancarono ritrovamenti di reperti bronzei serviti per la quotidianità domestica, reperti in ceramica e vitrei in quantità importanti. Ritornando alla proprietà dell'azienda, questa venne determinata dalla scoperte di un importante elemento, considerabile indizio principale per la determinazione dell'eventuale appartenenza.

Il reperto FIG. Contiguamente al muro maestro dei locali situati sulla parte nord dell'edificio e che a sua volta ne determinava la cinta, vennero messi in luce, lungo tutto il suo tratto, dei piccoli locali aventi tutti il proprio ingresso indipendente rivolto a nord dove sorgeva un selciato in lastroni basaltici che li costeggiava.

Continuando lo scavo, sempre in direzione nord, venne notato l'ergersi di ulteriori ambienti affacciarsi su di esso dal lato opposto.

La presenza di questi ambienti non comunicanti con l'edificio principale, il selciato poi identificato come un'arteria di comunicazione e gli ulteriori ambienti sul lato opposto, fecero presto presagire la presenza di un quartiere suburbano sorto intorno alle lussuose abitazioni e all'importante azienda, fino ad ora scoperta di Oplontis.

Gli ambienti di questa parte di suburbio scoperti, vennero presti identificati con quanto restava di piccole attività commerciali o di vendita al dettaglio. Alcuni di questi ultimi presentavano, anch'essi un secondo ordine di pertinenza raggiungibile da una scala lignea interna dal piano sottostante. Al loro interno non vennero identificate opere murarie d'eccezione, tranne in qualche caso dove vennero osservati degli intonaci bianchi grezzi, alcuni dei quali picconati, forse sul punto di essere ricostituiti, rappresentanti motivi lineari attribuibili ad un IV stile pittorico.

Ai piani superiori di alcuni ambienti, invece, venne riscontrata la presenza di piccole absidi, dove con probabilità vi era locato qualche idolo che doveva fungere da protettore della piccola bottega. In uno di queste absidi, in particolare, riscontrato sul piano superiore di uno degli ambienti sorgente sulla parte sud dell'arteria, venne notata la presenza di due soggetti in procinto di innalzare al cielo i calici. La nascita del suburbio e del grande edificio aziendale prospiciente, sarebbe da collocarsi, visti e valutati i ritrovamenti effettuati di strutture murarie, a partire dal II secolo a.

Con il termine dei lavori di demolizione dell'edificio facente parte dell'ex proprietà Fogliamanzillo, il 26 ottobre , dopo un primo sopralluogo effettuato dall'archeologa Paola Miniero, venne notato che le opere di costruzione dell'edificio avevano distrutto il proseguimento della Villa A nella direzione sud-ovest, ovvero lato mare.

Il fatto che la costruzione dell'edificio avesse causato un danno irreparabile alle strutture archeologiche celate nella collina anticamente detta delle Mascatelle era scontato, ma nulla, all'epoca venne fatto per scongiurare uno dei tanti scempi che si perpetravano con tanta facilità ai danni del patrimonio storico oplontino. Nel giugno del , durante i lavori di smantellamento di alcuni capannoni adibiti ad ospitare un'azienda per la produzione di prefabbricati, e lo sbancamento dell'area per l'esecuzione di scavi atti alla costruzione delle fondazioni per la costruzione di un centro commerciale, nell'area prossima all'incrocio tra Via Penniniello e Via Andolfi, vennero rilevate strutture di interesse archeologico.

Dai primi sopralluoghi effettuati dai tecnici della Soprintendenza di Pompei, e del distaccamento di Oplontis, vennero rilevate strutture di epoca romana attribuibili a monumenti funebri.

Dai saggi effettuati nell'area, venne prelevata un'epigrafe marmorea di età augustea. Tale importante testimonianza, sicuramente riportante gli indizi sul defunto, è tutt'oggi al vaglio degli esperti. In tal caso, visti i ritrovamenti precedenti prossimi a quest'area, possiamo asserire che sotto l'intera area compresa tra la località Penniniello e Croce di Pasella, nel territorio comunale di Torre Annunziata, poco lontano dalle mura di Pompei, si potrebbe celare un'importante necropoli.

Innanzitutto esso rientra in quel contesto archeologico indicato come il pagus pompeianus , e in tal merito, esso, rimane un testimone importante di quanto esisteva in quest'area. La storia archeologica di Rovigliano resta per gli studiosi alquanto complessa in quanto, fino ad oggi, non si è riuscito a stabilire con certezza, ma solo avallando ipotesi, quale sia stata la prima presenza a colonizzare le sponde calcaree stabilendovi un primo approdo o se non addirittura una dimora.

In considerazione della sua posizione geografica, distante dalla costa solo qualche centinaio di metri e prossima all'estuario del fiume Sarno, che al tempo era navigabile e da dove si poteva facilmente arrivare alle mura della città di Pompei, possiamo dire che la sua colonizzazione non poteva altro che essere il frutto dell'esigenza che richiedeva un avamposto che potesse controllare sia il traffico marittimo sia eventuali minacce che potevano arrivare dal mare.

Ma talune asserzioni fatte in precedenza da alcuni studiosi che hanno trattato già la questione Rovigliano, fanno presumere la sua colonizzazione dovute ad un ipotetico approdo di origine fenicia. Questi ultimi, dovevano senz'altro essere stati attirati in questi luoghi ameni per incrementare i loro traffici marittimi e, perché no, tentare la colonizzazione di quelle terre fertilizzate dagli humus di origine vulcanica.

Dopo questa ipotetica influenza fenicia, l'avanzato punto di approdo dovette ritornare utile ai navigatori greci che già avevano colonizzato le isole del golfo e la vicina Cumae e Neapolis. La testimonianza di una possibile colonizzazione ellenica ci è resa nota dal grande ammiraglio romano, nonché storico e naturalista d'eccezione, Gaio Plinio Secondo, meglio noto come Plinio il Vecchio. Altra ipotesi, di ispirazione a fonti mitologiche greche, riporta le origini di questo toponimo ad un approdo di Ercole ancor prima della fondazione della vicina città di Herculaneum.

Vagliate tutte le ipotesi di una probabile influenza antecedente a quella romana, possiamo dichiarare per certo, viste le testimonianze tangibili che il tempo ci tramanda, che la prima colonizzazione dell'isolotto calcareo è di epoca romana. Questa tesi è confermata dalla presenza di strutture architettoniche in opus reticulatum composta di elementi tufacei di origine nocerina, quindi attribuibili al II secolo a. La presenza di strutture murarie, inglobate tra gli anfratti calcarei dell'isolotto FIG.

Sarebbe oltretutto da escludersi la presenza di un edificio residenziale se non al massimo degli ambienti che accoglievano coloro che presumibilmente potevano svolgere un servizio di vigilanza e di gestione del traffico marittimo. Rimane aperta la questione sul toponimo odierno che contrassegna l'isolotto come Rovigliano. Esso non dovrebbe essere altro che l'associazione ad una pertinenza rientrante nel patrimonio della Gens Rubellia, stirpe ben nota in Pompei come commercianti di vario genere.

Rimane tutt'oggi avvolto nel mistero l'esistenza di questo sito prossimo ad Oplontis dal quale, stando alle poche ed ipotetiche testimonianze storiche, i pompeiani e non solo, dovevano prelevare il sale da riutilizzare poi prevalentemente per la conservazione dei cibi. All'epoca, il Sarno, prima del suo normale decorso verso il mare, doveva formare un ampio bacino alla quale estremità Nord non era da escludere lo stagnarsi delle acque che ivi divenivano salmastre per via dell'influenza delle acque marine.

Il basso fondale e lo scarso ricircolo da parte delle correnti potevano rendere possibile la deposizione degli elementi salini FIG. L'ispirazione di tale toponimo ad epoca romana, resta elemento di dibattito tra gli studiosi locali in quanto si assocerebbe tale indicazione alla possibile installazione di una salina attribuibile al XIX secolo. Ipotesi sulle prime scoperte archeologiche in terra oplontina.

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